Nel giugno 1815 Ferdinando IV di Borbone rientrò a Napoli e si avviò a istituire formalmente il Regno delle Due Sicilie, unificando il Regno di Sicilia e quello di Napoli. Ad attenderlo trovò, tra gli altri problemi, la questione irrisolta delle terre del Tavoliere. La censuazione introdotta frettolosamente dai conquistatori francesi aveva lasciato notevoli strascichi. Per la prima volta, alle lotte tra allevatori e agricoltori si aggiunsero quelle tra coloro che erano riusciti a censire e coloro che avevano mancato all'appuntamento. Ciò creò una spaccatura sul fronte degli allevatori, mettendoli in una posizione di debolezza rispetto agli agricoltori.
Al rientro a Napoli, il Re aveva preso l'impegno di mantenere fede a tutti gli atti amministrativi dei francesi, ivi compreso quello che prevedeva la censuazione. I locati che non vi avevano preso parte per le varie ragioni accennate precedentemente reclamarono a gran voce che la censuazione fosse abrogata e che si tornasse al regime precedente: il dover acquistare gli erbaggi dai censuari a prezzi elevati rendeva antieconomica la discesa in Puglia. Al contrario, i nuovi censuati, fossero essi allevatori o agricoltori, volevano mantenere i diritti acquisiti. L’unica cosa su cui entrambe le parti erano d’accordo era la richiesta che gli antichi agi concessi agli allora locati — diritto del foro; sconti sull’acquisto di sale, olio, pane e vino; ecc. — fossero ristabiliti.
Nel 1816 al Duca della Torre fu dato incarico di riunire le parti per cercare una soluzione accettabile per entrambe. Le posizioni erano tuttavia inconciliabili. Durante le indagini, i censuari pastori avevano evidenziato che qualunque tipo di riforma non avrebbe dovuto comportare ulteriori esborsi: i canoni maggiorati del 10%, la tassa fondiaria da pagarsi annualmente e l’abolizione di tutte le agevolazioni — compresa l'esenzione dalla tassa sulla lana — avevano messo in ginocchio l’industria dell’allevamento. Più flessibile fu la posizione degli agricoltori, che si dissero disponibili a leggeri aumenti del canone se fosse stato concesso loro il diritto di statonica, liberando così i terreni da ogni vincolo.
Durante il confronto apparve però evidente che molti dei censuari avevano in qualche modo contravvenuto agli impegni presi: i diritti di statonica non sempre rispettati, censuazioni che avevano superato le 50 carra, terre dissodate in assenza delle condizioni previste… Questo fornì la sponda per attuare una riforma “salomonica”, a vantaggio delle casse del Regno. Il 13 gennaio 1817 fu emanata una legge che prevedeva la “transazione” tra tutti i censuati e la Corona, in cui quest’ultima rinunciava a rivalersi sui primi per gli abusi perpetrati, a patto che questi firmassero nuovi contratti a canoni maggiorati e saldassero ogni debito pregresso. La cosa importante da sottolineare è che tutti i censuari erano coinvolti, anche quelli che avevano seguito le norme, perché “avrebbero potuto violarle in seguito”, e che la mancata firma del contratto comportava la perdita di ogni diritto sui terreni censuati. Inoltre, il nuovo contratto prevedeva l’impossibilità di affrancare le terre, che sarebbero rimaste così per sempre di proprietà del Regno. Si trattò quindi di un metodo finalizzato esclusivamente ad aumentare il livello di tassazione.
Qualche piccola concessione fu fatta agli allevatori: l’incremento del canone risultava ridotto rispetto a quello degli agricoltori; fu concessa loro la possibilità di essere rappresentati da una Generalità, come avveniva ai tempi del pagamento della fida, e furono individuate nuove terre, in modo che chi non aveva potuto partecipare alla prima censuazione avesse una nuova possibilità.
Questa volta il colpo inferto all’economia del Tavoliere fu mortale. La tassazione eccessiva mise in ginocchio tutto il sistema: bastava una moria di animali o che il maltempo distruggesse un seminato per far indebitare, senza possibilità di ripresa, i censuari. Il risultato fu che le entrate del Regno, dopo un primo anno con gettito eccezionale, cominciarono lentamente a scendere. Le produzioni agricole o pastorali venivano pignorate, peggiorando ulteriormente la situazione.
Furono tentate varie misure correttive: pagamento dilazionato dei debiti, creazione di una banca apposita — che si indebitò immediatamente — per concedere prestiti a tassi agevolati, e acquisto diretto da parte del Regno dei prodotti a prezzi prefissati, allo scopo di evitare che speculatori approfittassero dello stato di bisogno. Nulla servì: lo stato di indebitamento cresceva a causa della tassazione eccessiva.
Fu incaricato Nicola Santangelo di effettuare una ricognizione e proporre soluzioni alla situazione. Le cause principali evidenziate furono quelle sopra citate. Si mise in evidenza che, con il passaggio alla censuazione, la tassazione era pressoché raddoppiata in pochi anni. Santangelo propose di ridurla e di prevedere un lento rientro dai debiti. Il Re preferì invece incaricare lui stesso di trovare soluzioni differenziate a seconda dello stato di indigenza del censuario. Grazie a queste misure, a partire dal 1824, le entrate del Tavoliere cominciarono lentamente a crescere.
Negli ultimi anni del Regno si tornò a discutere della possibilità di affrancare le terre per dare maggiore slancio all’economia della Puglia, ma i dibattiti si arenarono nuovamente tra le diverse posizioni in campo.
La svolta finale giunse dopo l’unificazione dell’Italia. Con la legge del 26 febbraio 1865 (n. 2168) fu avviato il processo di affrancazione generale delle terre del Tavoliere. I censuari poterono conseguire la piena proprietà dei terreni da essi detenuti mediante il pagamento di un capitale pari a ventidue annualità di canone, da versarsi entro un periodo massimo di quindici anni. Anche questa riforma, come le precedenti, era concepita con l’obiettivo di garantire un incremento stabile del gettito fiscale.
La legge stabiliva inoltre che tutti i diritti reali gravanti sulle terre – statonica, vernotica e altri analoghi – fossero convertiti in rendite fondiarie affrancabili: tali diritti cessavano quindi di esistere come vincoli reali sul fondo e venivano trasformati in obbligazioni pecuniarie, che i nuovi proprietari potevano estinguere definitivamente mediante il pagamento di un capitale di riscatto.
In termini concreti, ciò segnò la fine della transumanza così come era stata praticata fino ad allora. Solo i proprietari di grandi greggi, che erano riusciti ad acquisire la proprietà dei terreni, poterono continuare a svernare regolarmente in Puglia. Il numero dei capi in movimento diminuì rapidamente, anche perché l’attività pastorale divenne progressivamente meno redditizia. In breve tempo, nel Tavoliere, le superfici destinate all’agricoltura superarono quelle riservate al pascolo.
Dopo la Seconda guerra mondiale, i pochi pastori che praticavano ancora la transumanza ricorrevano ormai al trasporto su automezzi per lo spostamento delle greggi.
Un’epoca si era definitivamente conclusa.
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