Nei quattro secoli di attività della Dogana di Foggia, la transumanza costituì uno dei principali volani dell’economia del Regno di Napoli e, successivamente, del Regno delle Due Sicilie. Ogni anno, ingenti capitali si concentravano a Foggia in occasione della Fiera di Aprile, snodo fondamentale degli scambi legati alla pastorizia transumante. Nelle pagine precedenti sono stati ricordati i principali attori di questa lunga epopea, con un’eccezione significativa: i pastori.
È infatti necessario evitare una frequente confusione terminologica e concettuale tra locati e pastori. I locati erano i proprietari delle greggi, coloro che investivano capitali e traevano profitto dalla transumanza, pur tra le molte difficoltà già descritte. I pastori, al contrario, erano coloro che materialmente accudivano le pecore, completamente estranei al flusso di denaro che ruotava intorno al loro lavoro. Non è dunque possibile concludere questa narrazione senza dedicare il giusto spazio a chi, con il proprio sudore, ha sostenuto per secoli l’istituto della transumanza, traendone appena il minimo indispensabile per la sopravvivenza.
Nel seguito ho provato a ricostruire una giornata tipo di un pastore transumante, basandomi sui racconti di un paio di anziani che avevano praticato la transumanza agli inizi del Novecento, prima dell’avvento dei camion. Considerata la rigidità dei ritmi e delle pratiche, è lecito ritenere che la vita quotidiana dei pastori nei secoli precedenti non dovesse essere molto diversa. In entrambi i casi, i testimoni avevano iniziato a partecipare alla transumanza in età giovanissima, poco più che ragazzini.
Salvo rare eccezioni, le greggi dirette in Puglia erano composte da alcune migliaia di capi; nei casi estremi si poteva arrivare a 20–30.000 pecore. Masse di tali dimensioni richiedevano un’organizzazione complessa e un numero elevato di addetti. Oltre ai pastori erano presenti altre figure, ciascuna con compiti ben definiti.
La giornata iniziava all’alba con la mungitura delle pecore, seguita dal lavoro dei casari per la preparazione del formaggio e della ricotta. Nel frattempo, gli addetti agli asini o ai muli smontavano il recinto che aveva ospitato il gregge durante la notte e lo caricavano sugli animali. Erano i primi a mettersi in cammino, poiché dovevano raggiungere in anticipo il successivo punto di sosta per predisporre il nuovo campo. Solo in seguito i pastori raccoglievano le poche cose personali e, aiutati dai cani, iniziavano a muovere il gregge. Gli ultimi a lasciare il luogo del pernotto erano i casari, che si recavano nel paese più vicino per vendere latte e formaggi.
Questo ciclo si ripeteva quotidianamente per circa venti giorni, il tempo necessario a raggiungere la propria locazione. Questi piccoli commerci rappresentavano una fonte di ricchezza per i territori attraversati dalla transumanza. Oltre agli scambi alimentari, le grandi carovane necessitavano di artigiani in grado di riparare o fornire attrezzi e oggetti di uso quotidiano. La sola presenza delle greggi in movimento era dunque sufficiente a rivitalizzare l’economia locale. Tra le regioni che trassero maggior beneficio da questa migrazione periodica vi fu il Molise, che non a caso conserva ancora oggi una memoria particolarmente viva di quella epopea e ne rimpiange, almeno in parte, la fine.
Il vestiario dei pastori era estremamente semplice, costituito quasi esclusivamente da capi in lana. Anche i calzari erano rudimentali: poco più che zoccoli di legno chiusi con finiture di lana. Nelle giornate asciutte questi indumenti offrivano una protezione adeguata dal freddo; in caso di pioggia, però, si inzuppavano d’acqua, diventando del tutto inefficaci.
Ogni sera si poneva il problema del riposo notturno. Chi poteva — casari e addetti ai muli — cercava riparo sotto un ponte, in una chiesa tratturale, in un anfratto, oppure presso qualche abitazione lungo il percorso. Va ricordato che il tragitto seguito era in genere sempre lo stesso, anno dopo anno, e ciò favoriva la nascita di relazioni e consuetudini lungo il tratturo. Ben diversa era la condizione dei pastori, costretti a dormire accanto al gregge per proteggerlo da lupi e briganti. Lungo i tratturi esistevano anche taverne, poste a intervalli regolari, ma erano riservate ai locati, ai messaggeri, ai signori: in breve, a chi poteva permettersene il costo.
L’alimentazione di chi transumava era poverissima. Alla partenza si disponeva di qualche provvista portata da casa; dopo i primi giorni si viveva quasi esclusivamente dei prodotti caseari del proprio gregge e di ciò che si riusciva a barattare nei paesi prossimi al tratturo. La carne era un alimento raro, consumato solo se qualche capo si feriva gravemente; anche in quel caso, la maggior parte veniva venduta per limitare le perdite economiche.
Se una pecora partoriva lungo il cammino, le possibilità erano due: se i muli erano nelle vicinanze, gli agnelli venivano caricati su di essi; altrimenti toccava ai pastori trasportarli a spalla.
Si trattava di un lavoro massacrante, a fronte di una remunerazione ingiustamente bassa. Al ritorno in Abruzzo, i pastori riuscivano a portare a casa appena quanto bastava a mantenere le proprie famiglie, dopo aver vissuto lontani da esse per sei mesi. La vita diventava solo lievemente più semplice dopo il rientro: le pecore dovevano comunque essere sorvegliate e difese, e i pastori salivano nei pascoli montani, lontano dai paesi, dove restavano per almeno un paio di settimane prima di ricevere il cambio.
Poiché questa vita iniziava spesso prima dei dieci anni, ai pastori veniva di fatto negato l’accesso all’istruzione. Considerato che una larga parte della popolazione dell’Abruzzo montano era dedita alla pastorizia, ciò contribuì in modo significativo all’arretratezza culturale di quelle terre, private di reali possibilità di sviluppo. Mentre il resto d’Italia progrediva, l’Abruzzo interno rimaneva ancorato a pratiche economiche di origine secolare. Su queste considerazioni facevano leva Melchiorre Delfico e quanti si schieravano a favore dell’abolizione della Dogana di Foggia e della Doganella d’Abruzzo.
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