Il fatto che uno stesso bene — in questo caso la terra — sia richiesto per lo svolgimento delle attività produttive di categorie diverse porta inevitabilmente all’insorgere di problemi di gestione e di conflitto. Nel caso della transumanza, tali problemi si manifestarono fin da subito nei rapporti tra pastori e contadini, o, più precisamente, tra locati e massari.
Alla fine del Quattrocento, quando vennero stabilite le regole fondamentali della transumanza, la situazione appariva relativamente tranquilla e di semplice amministrazione: i pastori si spostavano da aree montane, dove le possibilità di coltivazione erano limitate, verso una Puglia ancora scarsamente popolata e caratterizzata da terreni difficilmente coltivabili. In un contesto di questo tipo, è comprensibile che non emergessero contrasti significativi.
Con il passare del tempo, tuttavia, lo scenario mutò profondamente. L’aumento demografico e la crescente domanda di terra innescarono attriti sempre più frequenti. Considerata l’enorme importanza economica della transumanza, la Generalità dei locati, saldamente controllata dagli Abruzzesi e protetta dalla Corona regia, esercitava un ruolo dominante nel Tavoliere pugliese. I massari locali mal sopportavano l’idea di dover sottostare, nella propria terra, ai dettami di forestieri provenienti da regioni lontane.
Come già accennato, le terre del Tavoliere erano suddivise in poste, assegnate ai locati per il periodo compreso tra il 29 settembre e l’8 maggio dell’anno successivo. Nel restante periodo dell’anno, tali terre venivano concesse ai massari locali per il pascolo del proprio bestiame, a condizione che il prato non fosse danneggiato e che non ne fosse mutata la destinazione d’uso. In un simile contesto è facile immaginare come i massari — o, più spesso, i grandi proprietari terrieri alle loro spalle — tendessero a comportarsi come effettivi padroni dei fondi ogni qual volta l’attenzione della Corona si allontanava dagli affari della transumanza.
Gli atti del tribunale doganale di Foggia testimoniano un gran numero di controversie intentate dai locati che, giunti alla posta loro assegnata, la trovavano occupata dal bestiame locale o danneggiata perché, in violazione delle norme, vi erano stati introdotti animali di grossa taglia che avevano compromesso il cotico erboso. Un’ulteriore problematica riguardava le poste circondate da terreni privati, per le quali veniva talvolta negata la servitù di passaggio e quindi l’accesso stesso alla posta.
Accanto a questi casi si registravano anche vere e proprie usurpazioni, nelle quali i confini delle terre venivano arbitrariamente spostati o i terreni piantumati senza alcuna autorizzazione.
Situazioni analoghe si verificavano lungo i tratturi che collegavano l’Abruzzo alla Puglia. La distanza dalla sede della Dogana di Foggia favoriva evidentemente gli abusi. Questi vastissimi corridoi erbosi, utilizzati per la transumanza soltanto un paio di volte l’anno, suscitavano forti appetiti da parte dei baroni e dei loro massari, che erano soliti avanzare i confini delle proprietà, appropriandosi di terre in realtà demaniali. Gli stessi baroni, privati dall’istituzione della Dogana delle entrate derivanti dalle gabelle di passaggio, tentavano spesso di imporre nuove forme di tassazione, talvolta facendo sottoscrivere ai pastori dichiarazioni che attestavano il carattere “volontario” di tali contributi. La Corona intervenne con decisione per dichiarare nulli questi atti, ribadendo che i locati potevano essere tassati esclusivamente dal sovrano.
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