Crisi del sistema doganale

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Crisi del sistema doganale

Nella seconda metà del Settecento la transumanza entrò progressivamente in declino. La produzione di lana, che era stata per secoli il volano di tutte le attività collegate alla transumanza, divenne sempre meno redditizia a causa delle importazioni provenienti da nuovi mercati esteri. Al contempo, l’incremento demografico nel Regno fece crescere in maniera considerevole il bisogno di prodotti agricoli, necessari a soddisfare le esigenze alimentari della popolazione. In pratica si venne a creare una congiuntura storica nella quale, per la prima volta, gli agricoltori riuscirono a far sentire la propria voce con maggiore forza rispetto a quella degli allevatori.

Cominciò così ad aumentare la pressione sulla Corona affinché dismettesse parte delle aree destinate al pascolo per destinarle all’agricoltura. Anche nell’ambito della Doganella d’Abruzzo, seppur in un contesto diverso, i proprietari terrieri iniziarono a reclamare con sempre maggiore insistenza l’abolizione del regime degli stucchi, al fine di rientrare nel pieno possesso dei propri fondi.

I Borbone mantennero in questa fase un atteggiamento prudenziale. Se da un lato erano consapevoli delle potenzialità economiche legate a un cambiamento di regime, dall’altro temevano le conseguenze derivanti dall’andare a intaccare diritti acquisiti nel corso dei secoli e, soprattutto, non vi era certezza che la nuova impostazione avrebbe garantito entrate fiscali superiori a quelle assicurate dal sistema tradizionale.

In un clima di incertezza, la Corona optò quindi per soluzioni di tipo sperimentale. Nel 1788 fu deciso di concedere in affitto le poste del Tavoliere per un periodo di sei anni, abrogando contestualmente il pagamento della fida. In questo modo si otteneva una rendita certa per il tesoro regio – peraltro superiore a quella ricavabile attraverso la fida – e si testava una soluzione che presentava caratteristiche in parte assimilabili a quelle della censuazione, istituto mediante il quale le terre demaniali venivano concesse a privati dietro il pagamento di un canone annuo (detto censo), con carattere tendenzialmente permanente e con facoltà di riscatto, pur restando formalmente di proprietà dello Stato. Poiché i locati avrebbero usufruito per più anni consecutivi degli stessi appezzamenti, si confidava che essi avrebbero evitato di danneggiarli e, anzi, si sarebbero impegnati nella realizzazione di nuove infrastrutture.

Nel 1789 si stabilì inoltre che alcune poste di Lesina e di Castiglione fossero effettivamente censite, ossia concesse a censo redimibile ai locati che ne facevano abituale uso. Nelle stesse università altre terre vennero invece concesse in affitto trentennale. Si trattava delle poste considerate peggiori del Tavoliere e la speranza era che i censuari, percependo i terreni come cosa propria, avviassero interventi di miglioramento fondiario. Anche in questo caso, il canone annuo fissato per la censuazione risultava superiore alla fida precedentemente corrisposta. In cambio, i censuari avrebbero potuto impiegare le terre secondo le proprie esigenze, con l’unico vincolo di allevare un numero di capi pari a quello che fino ad allora era stato immesso negli stessi fondi.

Una volta entrati in possesso delle terre, sia i censuari sia gli affittuari operarono per introdurre migliorie che giustificassero gli esborsi sostenuti, avviando piantagioni e costruendo edifici. In breve tempo circa due terzi delle poste concesse vennero adibite a seminativo.

L’esperimento, tuttavia, non produsse i risultati sperati. I terreni delle poste non erano particolarmente fertili e lo sfruttamento intensivo contribuì a impoverirli ulteriormente, dando luogo a rese agricole sempre più modeste. Molti concessionari finirono così per tornare sui propri passi, riconvertendo nuovamente le terre al pascolo.

Lo scarso successo dell’iniziativa non fece però desistere i locati, che continuarono a insistere affinché l’intero Tavoliere fosse loro censito o affittato. La Corona dispose diverse indagini per comprendere quale fosse la soluzione maggiormente gradita agli allevatori, rendendosi conto nel contempo che il sistema della fida non era ormai più sostenibile poiché i costi della riscossione non risultavano più compensati dalle entrate doganali. La decisione finale vide prevalere il partito della censuazione, ma un ulteriore problema ne impedì l’immediata attuazione: da un lato i locati chiedevano che l’intero Tavoliere restasse destinato al pascolo, dall’altro i massari rivendicavano l’introduzione estensiva delle coltivazioni. Si determinò così una situazione di stallo, dalla quale non si riusciva a individuare una via d’uscita.

È in questo contesto che, nel 1806, Giuseppe Bonaparte giunse a Napoli e spodestò i Borbone. Una volta insediatosi, si pose immediatamente il problema di reperire risorse finanziarie e trovò già predisposta sulla propria scrivania la procedura preliminare per una nuova gestione del Tavoliere. Con la legge del 23 maggio 1806 venne pertanto decretata l’abolizione della Dogana di Foggia.

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